Melbourne

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martedì 17 febbraio 2015

GIORNO 12-13 - THE HEART AND THE SOUL OF AUSTRALIA

GIORNO: 15/02/15 - 16/02/15
STATO: QUEENSLAND
KM GIORNALIERI: 775 + 360
PARTITI DA: Camooweal 
ARRIVATI A: Townsville


La notte a Camooweal non è delle migliori. Un gruppo di ragazzi del posto decide infatti di utilizzare la piscina del campeggio, con musica annessa, verso la mezzanotte e mezza, rendendo di fatto vano il cartello “Pool for paying guests only”. 
Il tempo di romperci le palle a sufficienza e decidono di andarsene. Ci risvegliamo all’alba, doccia e si parte, destinazione est. 
Dopo circa 200Km arriviamo a Mt. Isa, il più importante centro economico e amministrativo del nord-ovest del Queensland, quasi 20mila abitanti e nemmeno un supermarket aperto di domenica mattina. Il luogo deve la sua fortuna alle colline circostanti ricche di argento. Troviamo un Autobarn e troviamo finalmente il mini condizionatore per auto. Sborsiamo la bellezza di 85$ per averlo ma ci rendiamo conto da subito di quanto sia inutile. Ci fermiamo quindi al centro informazioni turistiche “Outback at Isa”, approfittiamo dell’aria condizionata e facciamo incetta di brochure informative sullo Stato. 
Ripartiamo che è quasi ora di pranzo. Il paesaggio cambia e diventa meno monotono. Per circa 60-70 km attraversiamo colline e la strada si fa un po’ più ondulata rispetto ai lunghissimi rettilinei che da Port Augusta in poi ci hanno fatto compagnia. Poi si torna in pianura e tutto torna come prima.
Passiamo Cloncurry, arriviamo a Julie Creek e riforniamo acqua e gas. Ogni sosta è una tortura a causa delle decine di mosche che subito ti assalgono e ti si attaccano sul viso, sugli occhi, sul naso, sulle labbra.
Da Julie Creek in poi troviamo la strada piena di cavallette e il muso del van comincia a diventarne un cimitero. Arriviamo a Richmond e sfruttiamo le docce gratuite dei bagni del lago. Ovviamente le mosche sono lì ad aspettarci. Prepariamo alcuni panini col tonno e ripartiamo. 
Abbiamo già percorso oltre 500km, ma manca ancora parecchio al tramonto e non vogliamo fermarci. Il viaggio sta di fatto diventando una fuga dall’outback verso la costa, verso l’oceano. Abbiamo davvero bisogno di un po’ di respiro, di un po’ di tregua dal caldo soffocante e dagli insetti. Iniziamo a fantasticare su quando arriveremo nuovamente ad una temperatura ragionevole e a quando non dovremo più preoccuparci di esaminare i bagni prima di entrarci, manco fossimo C.S.I. scena del crimine. Passiamo anche Hughenden che si sta facendo buio e continuiamo. 

Arriviamo a Prairie verso le otto e decidiamo di fermarci per la notte. 
Parcheggiamo nel primo e unico pub del villaggio e ci viene incontro Mike, un signore sulla settantina, lunga barba bianca e maglia rossa. Ci chiede se è nostra intenzione rimanere per la notte e ci dice di entrare a chiedere al proprietario del posto. 

Entriamo e troviamo Tom dietro al bancone in legno; età tra i 50 e i 60 anni, testa rasata, occhi azzurri, corporatura robusta. Ci spiega che ora nel campground c’è il bufalo ma possiamo tranquillamente stare gratuitamente fuori dalla recinzione, in maniera tale da evitare incontri troppo ravvicinati. Ordiniamo una birra e una coca e ci accomodiamo negli sgabelli. All’interno del pub, oltre a noi due e Tom ci fanno compagnia due ragazze manichino in blue jeans, una seduta su una sedia da barbiere, l’altra in piedi a farle compagnia. Attorno cimeli di ogni tipo ed epoca. Decine e decine di cappelli in pelle sul soffitto e ai muri, manifesti d’epoca della Shell, una vespa del 1956 (come ha modo di dirmi Tom), alcune cavallette su alcune mensole e sopra il frigo. Nell’angolo opposto all’entrata il biliardo con sopra alcuni manifesti di film. Pare che sia così da parecchio. La parete all’entrata è occupata da una grossa lavagna dedicata ai commenti degli ospiti del pub, che aspetta di essere compilata il prima possibile. Il guests book è aperto in una pagina bianca, altrettanto voglioso di ospiti pronti a imprimere per sempre il proprio nome, che farà sapere a chissà chi che sono passati di qua. Le pareti in legno, il pavimento in parquet, le botti su un lato, le mensole con le cianfrusaglie, i ventilatori a soffitto, rendono l’ambiente ancora più rustico, australiano e accogliente allo stesso tempo. 
Fuori dal pub, assieme a Mike, un ragazzo sulla trentina, cappello da cowboy con sopra poggiati gli occhiali da sole, camicia azzurra e blue jeans strappati per usura e non per moda. 
Usciamo e i due attaccano bottone. Ci sediamo con loro e dopo un po’ si unisce anche Tom, che però pare più interessato al film in televisione che ai discorsi. 
Ci chiedono chi siamo e come mai siamo finiti lì a Prairie e spieghiamo il nostro viaggio. Attorno al tavolo le immancabili cavallette. I tipi ci mettono poco ad intuire la paura di Fra e il mio disagio per la loro presenza. Tom entra dentro e riesce con in mano un notevole esemplare colore verde. Fra scappa. Tutti al tavolo ridono e continuano a bere. Il ragazzo sulla trentina mi offre un bicchiere di vino e nel mentre continuiamo a parlare. Si chiama Kirby e fa il mandriano. Tra una chiacchiera e l’altra continua a ordinare da bere per entrambi, rum e cola. 
Dall’altra parte della strada arriva un camion, parcheggia, l’autista scende e si unisce al gruppo: l’accento più atroce incontrato sinora. Siamo tutti seduti attorno ad un tavolo in legno, sgabelli alti attorno, soffitto del loggiato (rigorosamente in legno) che ospita un numero sconosciuto di cavallette. Fra rimane in piedi in posizione ‘’fuga’’, controllandosi costantemente il corpo per verificare di non avere nulla, e allo stesso tempo buttando uno sguardo attorno per prevedere eventuali salti. I discorsi al tavolo sono svariati, ma rimane il problema che siamo due italiani e quattro australiani. Più le quantità di alcol aumentano nel sangue, più il già incomprensibile australiano dell’outback si fa strascicato.
Kirby mi dice con orgoglio “We feed Australia”, noi sfamiamo l’Australia, e a giudicare dal numero di mucche incontrate lungo il tragitto non stentiamo a credergli. Si offre di farci vivere a pieno l’esperienza dell’outback, l’indomani deve fare dei lavori poco lontano dal pub, dove ha alcune decine di mucche e poi trasportarle verso casa sua. All’inizio titubiamo, poi il suo entusiasmo ci spinge ad accettare. 
La serata continua a svelarci i segreti e forse anche un po’ il fascino di quell’outback dal quale poco prima stavamo scappando. Tom ci mostra l’album di foto del pub come fosse un album di famiglia. Davanti ai nostri occhi scorrono le immagini di una Prairie poco più vecchia, forse 20 o 30 anni fa. Solo le poche decine di metri davanti alle case e al pub erano asfaltate. Oltre, da una parte e dall’altra, l’highway continuava come dirt road, strada bianca (anche se rossa rende meglio l’idea).
Continuano le foto: serpenti catturati, un’invasione di locuste, un canguro ricoperto di fango durante un’alluvione.
Tom ad un certo punto scatta dal tavolo verso qualcosa che ancora non abbiamo visto, si inchina e torna poggiando il contenuto della propria caccia sul tavolo: una rana verde comincia a bazzicare tra i nostri bicchieri, tra le bottiglie, si arrampica sulle braccia di Mike che lascia fare. Poi con un balzo torna a terra e sparisce nella notte australiana.

Diciamo di essere sempre stati incuriositi dai camion col muso, che da noi non esistono. L’autista ci indica la cabina e ci dice di andare a vedere, di curiosare. Saliamo i quattro scalini della cabina e ci ritroviamo nella ‘’seconda casa’’ dei ‘’truck driver’’ australiani. Lo spazio dentro è enorme, decine di luci e manette, la strada appare quasi lontana da lassù. Un letto da una piazza e mezzo, cianfrusaglie e polvere. 
Torniamo al tavolo e Mike ci prende sottobraccio e ci porta poco lontano dalla luce per indicarci le stelle, ci spiega qual è la Southern Cross, ci dice che indica sempre il sud e se sappiamo riconoscerla non ci possiamo perdere. 
Ci racconta del suo viaggio in Argentina per un incontro di rugby, si indica lo stemma sul petto, la maglia ricordo di quell’esperienza. 
Tom ancora non riesce a capacitarsi della fobia di Fra delle cavallette e non riesce a fare a meno di perseguitarla; con nonchalance entra dentro e ne prende una sui 10 cm, da chissà quale mensola del bar. Si avvicina a Fra, che però fugge come se non ci fosse un domani, pregandolo in tutti i modi di non accorciare le distanze; ma il posto è un campo minato, e allontanarsi da una, significa avvicinarsi ad un’altra cavalletta. Decidiamo di fare una foto tutti assieme: treppiede e camera in posizione, tutti in posa dietro al tavolo. Click. Tom, alla sinistra di Fra, solleva la sua mano da sotto al tavolo. Ha l’ennesima cavalletta. Fra fa un salto con urlo annesso e si allontana dal tavolo. La foto racconta quell’attimo, attraverso il sorriso di Fra per lo scatto, e i suoi occhi che hanno appena identificato la cavalletta a 10 cm da lei. 
Torniamo al tavolo. Tom prende la sua moto, un Harley, e scompare.
Kirby ci dice con orgoglio “This is the heart and the soul of Australia” e ancora una volta non stentiamo a credergli. Ci dà appuntamento per l’indomani mattina alle sette davanti al pub.
Tom torna con un lenzuolo nero all’interno del quale pare che ci sia una palla. Lo poggia sul tavolo e lo scopre. All’interno una boccia di vetro con un serpente giallo, perfettamente conservato. E’ andato a casa sua a prenderlo perché ci teneva a farcelo vedere. Prende dalle tasche un piccolo contenitore dal quale estrae due fossili di granchio. Dice che sono vecchi di duecento milioni di anni. Se ciò sia vero e come lui ne sia entrato in possesso non è dato saperlo. Mi dice di chiudere gli occhi e di tenere la mano aperta verso l’alto. Fra mi dice che nel caso in cui ci sia qualcosa di vivo mi avvisa. Mi dice di seguire con l’immaginazione il suo racconto. Mi ritrovo sulla costa del New South Wales, cento milioni di anni fa, a osservare l’oceano e gli pterodattili che volano sopra la mia testa. A un certo punto una pietra cade nella mia mano, apro gli occhi e la osservo. Uno pterodattilo mi ha appena cagato in mano. Tom mi spiega che quella pietra è un fossile di merda di dinosauro. Ancora una volta le circostanze di come e quando e perché non le sappiamo. 
Andiamo a dormire ma siamo ancora attoniti per la stranezza della serata.

Ci svegliamo all’alba e andiamo verso il pub. Le mosche e le cavallette sono già al loro posto, come sempre. Mike ci saluta, ha dormito lì. I due manichini anche. Decidiamo di regalare a Tom una bottiglia del nostro ragù. La sera prima ci ha detto che va pazzo per la pasta. La cosa lo rende particolarmente entusiasta. Ci dice che regalare del cibo è una cosa fantastica e che ormai nessuno lo fa più. Ci chiede cosa prendiamo per colazione, ordiniamo due te caldi e 3 minuti dopo sono già pronti. Gli chiediamo quanto gli dobbiamo, ci dice “nothing” e indica la bottiglia di sugo.
Ci dice di affrettarci che Kirby è già all’opera. Finiamo il te e ci mostra la strada per raggiungerlo. Arriviamo e lo vediamo all’opera, stessa camicia, stesso cappello con gli occhiali da sole in cima, stessi jeans. Sta spostando le proprie mucche da un recinto all’altro, facendole prima passare per una vasca; confessiamo la nostra ignoranza in merito. Dopo un po’ ci chiama e ci fa entrare nel recinto. Ci lascia spostare alcune decine di mucche anche a noi. All’inizio non riusciamo e le facciamo scappare dalla parte opposta, poi capiamo il meccanismo e riusciamo nel compito. Lui intanto se la ride. Ci parla di un ipotetico giro in elicottero, ma non capiamo a cosa si riferisce. Alle 9 arriva Ben con il suo camion. Le mucche vengono incanalate in un passaggio più stretto e nel giro di pochi minuti sono tutte sopra.
Fra va col camion, io sto dietro a poca distanza con Kirby. Mi spiega che le sta portando a casa sua. Gli chiedo se sia lontano e mi dice di no, che è poco distante.
Gli chiedo se è mai stato all’estero. Mi dice che è stato un anno in Canada, poi ha vissuto a Londra, ma è stato come turista anche in Sud Africa e in Egitto. Fra invece mi racconta di aver chiacchierato con Ben, l’autista e che ha avuto modo di capire meglio come sia la sua vita quotidiana nel cuore del Queensland. Ben è felice di vivere nella pace e tranquillità delle campagne desolate di Prairie; è felice di non vivere in città, perchè, come spiega, noi non riusciamo ad abituarci agli insetti, come lui non potrebbe mai farlo delle persone. Ben risponde alle domande curiose di Fra, e ne fa altrettante a lei per scambiare piccoli frammenti delle proprie esperienze. Ben spiega che a Prairie c’è la scuola elementare ed è composta da pochissimi bambini; racconta poi con normalità che, non essendoci un ospedale, le persone vengono caricate sugli elicotteri nel caso di emergenza. Prairie è come una famiglia e Ben non sarebbe mai in grado di fidarsi delle persone in una grande città.

Percorriamo 40 km di strada asfaltata tra mandrie di bestiame e billabong, termine usato per indicare le pozze d’acqua stagnante. Il terreno è arido, sabbioso. Poi deviamo verso destra ed entriamo in una dirt road. Continuiamo per altre 30, forse 40 km. Superiamo alcune sbarre e mi dice che quelle indicano l’accesso al suo possedimento. Superiamo una collinetta e davanti ai nostri occhi si apre una vallata verdeggiante. Mi spiega che tutto quello che vedo, sino ad alcune colline che si vedono a parecchi chilometri di distanza, è suo. Da un lato e dall’altro della strada decine e decine di bovini lasciati liberi a pascolare lungo la valle. Arriviamo a casa sua, l’unica casa nel giro di decine di chilometri e vediamo un elicottero decollare. Gli chiedo se lo sa guidare e mi dice di no. Mi spiega che l’elicottero è l’unico modo che hanno per controllare e per spostare le mandrie da un posto all’altro. A casa sua ci offre da bere e da mangiare, poi ci porta in giro col suo 4x4. Incontriamo suo fratello intento a spostare una piccola mandria a bordo di una moto da cross. Vediamo piccoli fiumi, pozze d’acqua con decine di bovini attorno, oppure all’ombra degli alberi bassi e radi, per alcuni aspetti sembra di essere all’interno di un documentario. Ci spiega che possiede tra le 2000 e le 2400 mucche. Fra chiede se ognuna di questa ha un nome, lui ci guarda e si mette a ridere. Torniamo verso casa sua, ci chiede se vogliamo rimanere ancora o se vogliamo tornare al pub. Decidiamo di tornare. Lui pare un po’ dispiaciuto ma capisce. Lo abbracciamo e scambiamo il contatto Facebook, lo invitiamo a venire a trovarci in Sardegna, e non escludiamo lo possa fare davvero un giorno. Risaliamo in camion con Ben e diamo un ultimo saluto a quella valle, forse anche a Kirby, alla sua famiglia e alle sue mucche. Ripercorriamo gli ottanta km che ci separano dal van, a Prairie, 40, forse 50 abitanti, il posto abitato più vicino. Arriviamo e i manichini hanno deciso di approfittare della giornata piacevole per sedersi fuori. Una legge il giornale, l’altra in piedi sorseggia un caffè. Tom ci chiede se abbiamo pensato ci fosse realmente qualcuno arrivando da lontano. Effettivamente si, glielo diciamo e lui pare contento. Lo salutiamo, lo ringraziamo. Lui ci dice che il sugo era ottimo. Ripartiamo, lui si sbraccia e ci fermiamo, ci dice che il vetro è lercio e lo è davvero, spruzza un po’ d’acqua e con la mano pulisce i resti delle cavallette del giorno prima. 
Difficile dimenticare la notte appena trascorsa e questa mattinata; tutto è impresso nella mente grazie ai ricordi, le sensazioni, le foto… La cicatrice. Si, la cicatrice. Quella che mi uscirà a breve dal graffio delle unghie di Fra sul mio braccio, quando ha tentato di scappare dall’ennesima cavalletta. 
Stavamo cercando di scappare e ci siamo finiti dentro sino al collo, nella parte più dura, più selvaggia dell’Australia. Forse era questo che ci spaventava. L’outback non ha compromessi, è polvere, sudore e cavallette, ma ha un pregio inestimabile, è sincero, sino all’osso. E la sua durezza, la sua bruttezza te la mette sul piatto da subito, non la nasconde. Dritta in faccia, come il sole cocente, come le mosche. Il cuore e l’anima dell’Australia. 

sabato 14 febbraio 2015

GIORNO 11 - VERSO EST, SI ENTRA IN QUEENSLAND

GIORNO: 14/02/15
STATO: NORTHERN TERRITORY-QUEENSLAND
KM GIORNALIERI: 660
PARTITI DA: Davenport 
ARRIVATI A: Camooweal


Partiamo all’alba dal ‘’campeggio’’ con l’idea di farci più chilometri possibile. Non facciamo nemmeno colazione, dato che ieri abbiamo buttato per sbaglio gli ultimi due panini con la spazzatura. Ormai non ci alterniamo più ogni 100 km, ma andiamo avanti anche per 200, se no dovremmo fermarci troppo spesso. In 660 km abbiamo bisogno di fermarci diverse volte per rifornire, e il primo posto che abbiamo incontrato sulla strada, era tutto fuorché normale. 

Wycliffe Well è infatti la capitale australiana degli UFO. E la roadhouse è infatti tappezzata di graffiti che lo ricordano. Entriamo e la situazione è paradossale con centinaia di oggetti raffiguranti fantomatici alieni che parrebbero particolarmente interessati a venire in questa località, che si limita alla roadhouse stessa e a un caravan park. 
Non avvistiamo nessun UFO, ma non manchiamo di avvistare decine di cavallette per metro quadro, all’interno e all’esterno dell’edificio. La situazione è talmente paradossale che la tipa cinese che lavora è costretta a impugnare uno di quei tubi enormi per soffiare le foglie per tentare di scacciarle o quanto meno pulire il posto dalle centinaia di cavallette morte che ci sono.

Devil's Marbles
Continuiamo il nostro viaggio e arriviamo alle Devil’s Marbles conosciute anche con il toponimo aborigeno di karlu karlu. Le “biglie del diavolo” sono delle gigantesche formazioni di granito rosso dalla caratteristica forma circolare o comunque tondeggiante che paiono in alcuni punti impilate l’una sull’altra a formare un paesaggio davvero caratteristico. Scattiamo qualche foto e torniamo sulla Highway.

Arriviamo quindi al primo vero e proprio centro abitato da ché abbiamo lasciato Alice Springs. 

Tennant Creek si trova a circa 500km a nord lungo la Stuart Highway e leggenda vuole che la sua fondazione sia dovuta a un camion di birra rovesciatosi in quella località. Alcuni anni dopo, sul finire degli anni 30, la scoperta di alcuni giacimenti aurei, ne avrebbe di fatto sancito la consacrazione al livello di ‘’town’'. Cerchiamo e troviamo nell’ordine: un distributore e un supermercato. Riforniamo ma non troviamo pane vero e proprio al supermercato quindi ci limitiamo a comprare alcune pesche che costituiranno la nostra colazione del giorno e un po’ di marmellata.

Al distributore incontriamo un ragazzo danese che cerca un passaggio verso sud. E’ partito dalla costa est e cerca di arrivare in qualche modo a Perth. Ci auguriamo buona fortuna reciprocamente e proseguiamo. 

Pochi chilometri dopo la cittadina incontriamo il secondo vero e proprio bivio da quando 1800 km prima abbiamo lasciato la costa e ci siamo addentrati nel deserto, il primo con una strada interamente asfaltata. 

Mettiamo freccia e puntiamo il muso del van verso est. Continueremo a salire verso nord una volta arrivati sulla costa. Da questo momento in poi mancano circa 1500 all’oceano. 

Verso il Queensland
Il paesaggio continua per circa 200 km uguale al precedente, con i bushes, gli alberi bassi e le migliaia di termitai che da Alice Springs in poi ci hanno fatto compagnia. Poi, repentinamente, cambia. Spariscono gli alberi, spariscono i termitai e rimangono a perdita d’occhio i bushes su un terreno piatto come una tavola. Cominciano a vedersi anche alcuni rigagnoli semi-stagnanti e alcune pozze. 

Oltre il confine
Arriviamo al confine con il Queensland e ci fermiamo per scattare una foto. Il cartello è semi-pasticciato, ma va bene lo stesso. Nello spiazzo antistante il cartello una macchina senza ruote e coi finestrini spaccati. Attorno il nulla.

Scendiamo dal van e siamo assaliti per la millesima volta da uno sciame di mosche. 

Ripartiamo, ma ormai siamo arrivati alla nostra destinazione odierna dopo un estenuante mattinata di viaggio e 660 chilometri percorsi. La località si chiama Camooweal, 300 anime che vivono a quasi 200 km dalla prima cittadina che si possa definire tale. 

Il caravan park è tutto sommato gradevole. Le immancabili cavallette sono meno irritanti del solito e alcuni falchi ci tengono compagnia volando attorno. i bagni sono puliti (alias niente insetti) così come l’area picnic. Ma soprattutto c’è la piscina. 



Finiamo il resto della giornata a fare le paperelle, con la temperatura che passa gradualmente dai quasi 40 a un più gradevole 30 gradi verso ora di cena e con la musica di Johnny Cash che arriva da un prefabbricato poco lontano. 

GIORNO 10 - OLTRE IL TROPICO

GIORNO: 13/02/15
STATO: NORTHERN TERRITORY
KM GIORNALIERI: 375
PARTITI DA: Alice Springs
ARRIVATI A: Davenport


Lasciamo il campeggio verso le 8 e 30. Approfittiamo del fatto di essere nell'unica cittadina in tutto il deserto per fare una lavatrice di roba, riempire le taniche e fare la spesa in un vero e proprio supermarket. Verso ora di pranzo ci rechiamo al Desert Park, una delle attrazioni più quotate della città.
Il park si rivelerà poi essere una sorta di zoo con dei dingo addormentati all'ombra, alcuni canguri assonnati e un interessante "Nocturnal House" con svariate specie di marsupiali, rettili e insetti.
Usciamo dal park che sono già le 3 del pomeriggio. In programma avremmo avuto l'arrivo a Tennant Creek, distanza di circa 500km. Ci rendiamo conto che ormai è tardi e ci fermiamo nel parco del Old Telegraph, un parco davvero ben fatto con svariati barbecue completamente gratuiti e dei bagni più che dignitosi. Continuiamo la nostra marcia verso nord che sono già le 4.
Tropico del Capricorno
Abbiamo nel mentre scartato l'ipotesi iniziale di arrivare sino a Darwin per svariati motivi: andare e tornare da Darwin (esiste un’unica strada) vorrebbe dire percorrere 2000 km. Sarebbero 2000 km di caldo- umido, in quanto zona tropicale. Siamo infatti nella ‘’wet season’’, ossia stagione umida, che va da Novembre a Marzo; questo significa che la temperatura si aggira mediamente attorno ai 30 gradi con un’umidità che oscilla tra il 70% e il 95%. In più, sempre per via della stagione, piove in continuazione, il parco nazionale del Kakadu è per metà inaccessibile, così come anche tantissime strade attorno a Darwin. Come letto in tantissimi siti, durante la stagione piovosa, molte strade diventano fiumi e vengono totalmente chiuse al traffico. Stamattina ne abbiamo avuto la conferma, guardando su Maps e scoprendo che la stessa Highway (strada principale, autostrada, unica strada che porta a Darwin) è chiusa in un tratto di circa 400 km con una deviazione che allungherebbe di ulteriori 500 km. Insomma, ci sono tutti i buoni motivi per lasciar perdere. Potremo pensare più in la di prenderci un aereo da Melbourne e farci due giorni a Darwin per girare il National Park che tanto ci attirava.
Tramonto sulla Stuart Highway
Alcuni chilometri dopo aver lasciato Alice Springs attraversiamo il Tropico del Capricorno. Di lato sulla strada un'area di sosta, con un monumento indicante in punto preciso del passaggio. Foto di rito e siamo di nuovo in viaggio.
Guidiamo sino al tramonto e anche oltre. Non dovremmo ma non troviamo nessun tipo di animale che ci possa far preoccupare. Poco prima delle 9 decidiamo comunque di fermarci in una delle aree di sosta che si trovano ogni 70-80 chilometri. L'area non è illuminata quindi non ci resta altro da fare che aprire i portelloni per far girare un po' d'aria e addormentarci. A farci compagnia nella sosta un fuoristrada e una piccola utilitaria.

venerdì 13 febbraio 2015

GIORNO 9 - LA BRUM DEL MM HA UN PSS NELLA MM

GIORNO: 12/02/15 
STATO: NORTHERN TERRITORY 
KM GIORNALIERI: 527 
PARTITI DA: Yulara 
ARRIVATI A: Alice Springs 


Sono le 5!!! Svegliaaaaa!!! Dobbiamo sbrigarci, dobbiamo andare a vedere l’alba ad Uluru, per guardarlo nel suo ennesimo colore particolare! Fare i piatti del giorno prima, colazione, riordinare e si va! Ci rendiamo conto di essere in ritardo quando già al campeggio si vede la luce del sole. Acceleriamo, non ci distraiamo, 4 occhi intenti a guardare che non spuntino animali sulla strada. Uluru è sempre più vicino, è ancora di un rosso pallido che tende al rosa-viola. Siamo a 5 km dal belvedere dell’alba e vediamo che il sole è spuntato. Non ci arrendiamo. Proseguiamo per fare una foto comunque diversa da quella delle 6 di sera. E poi, una volta lì, approfittiamo che le mosche ancora dormono, e il caldo pure, per farci un percorso da pochi km ai piedi della roccia. 
Uluru all'alba
Ma a volte in 5 km si stravolge tutto. Poggiamo piede fuori dal van, Gabriele corre a fare qualche foto, ci accorgiamo che anche le mosche oggi hanno messo la sveglia presto, ma sopratutto: MI ACCORGO CHE ABBIAMO BUCATO. Maledizione! Per fortuna abbiamo la ruota di scorta e per fortuna non ci è successo in mezzo al nulla, almeno qua ci sono delle persone attorno che possono ‘’aiutare’’ o ‘’sostenere’’ o ‘’tirare su il morale’’. Tutte le persone attorno invece, ci guardano come fossimo marziani; nessuno si avvicina o chiede anche solo come forma di cortesia, se abbiamo bisogno di qualcosa. Certo, cambiare una gomma è facile, si sa; ma il primo commento che ci è venuto è che se fosse successo da noi, come minimo qualcuno si sarebbe fatto avanti a chiedere se avessimo bisogno, anche solo di un bicchiere d’acqua. Invece no. Siamo ‘’soli’’, nel parcheggio, e addirittura, ostruendo l’uscita ad una macchina, l’imbecille dell’autista, non si offre di aiutare per velocizzare anche la sua uscita,no. Ci dice di fare senza problemi che avrebbe aspettato. Troppo ridicola come situazione, che sprechiamo energie per spostare tutto dal suo percorso e lo lasciamo andare via. Uno spettatore in meno. Le mosche ci stanno assalendo; non si riesce a concentrarsi, a prendere in mano delle cose perché devi scacciarle via. L’entusiasmo è passato, le mosche sono arrivate, la passeggiata non si fa più. Il problema è che dovremo viaggiare senza ruota di scorta per quasi 500 km e questo spaventa un po’, specialmente quando la strada è in mezzo al nulla. A Yulara compriamo uno spray fatto apposta per le bucature, così per stare leggermente più tranquilli; così, in caso la sfiga ci perseguitasse, possiamo andare avanti per un bel po’. 

L’unico aspetto simpatico dei tragitti in van è rimasto ormai solo il fatto che, con ogni viaggiatore che si incontra sulla strada, ci si scambia un piccolo saluto; che esso sia quello coniato dai motociclisti, o una semplice mano aperta, fa piacere ogni tanto ricordarsi che non si è soli e che in qualche modo si sta condividendo qualcosa di unico. 

Quando ci rimettiamo in viaggio, non vediamo l’ora di arrivare a Alice Springs per sistemarci: aggiustare la ruota, farci una doccia, mangiare, riempire le scorte di acqua, attaccare una lavatrice e trovare un climatizzatore portatile da auto. Missione impossibile. Dopo aver girato tutti i negozi possibili immaginabili, dopo che un commesso di una simil Trony voleva propinarci un ‘’Pinguino DeLonghi’’ da 800 dollari, ci siamo resi conto che non l’avremmo mai trovato. Scoraggiati, andiamo nel campeggio scelto. Quando mai finirà l’incubo insetti? I bagni sono totalmente devastati e l’ultima volta che sono stati puliti è stata pressapoco nell’ ’82-’83. Solite falene e cavallette, con un’aggiunta particolare: mosche nere e arancioni con un corpo da 1cmx5cm e ali

giganti; D-I-S-G-U-S-T-O. In compenso, il campeggio, essendo ricavato da un cortile abbandonato ma facente parte di un ‘’Hotel’’, comprende anche l’utilizzo gratuito della piscina. Cogliamo la palla al balzo e decidiamo di vendicarci contro l’obbrobrio antigienico che hanno avuto il coraggio di offrirci, rimanendo in ammollo per ore in piscina. Ci barrichiamo nel van per la cena.

GIORNO 8 - THE RED CENTRE

GIORNO: 11/02/15
STATO: NORTHERN TERRITORY
KM GIORNALIERI: 335
PARTITI DA: Mt Ebenezer
ARRIVATI A: Yulara


Curtin Springs è la prima tappa rifornimento, direzione Uluru. I prezzi del carburante sono alle stelle e ci piange il cuore pensare ai prezzi di Melbourne. Cerchiamo di sfruttare ogni tappa per andare in bagno, ma l’esperienza della notte precedente, tra insetti stecco, blatte, cavallette e falene giganti, sembra non arrestarsi. I bagni sono sommersi di specie di falene grossissime e lunghe, che quando entri nella toilette, te lo ritrovi a 10 cm dal naso. Non si sa quale wc scegliere: quello che ha le cavallette sul muro, le falene nel water, gli scarafaggi per terra. Proseguiamo disgustati dalla spesa e dai bagni (per non parlare delle mosche innumerevoli), in direzione Uluru. 
Mt Conner dalla Lasseter Highway
Dopo una distanza di circa 200 km, iniziamo a intravedere qualcosa, ma sappiamo già che non si tratta del monolite ‘’Uluru’’, bensì di Mt Conner conosciuto anche come ‘’Fooluru’’ proprio per la quantità di persone che  lo confondono. Altrettanto favoloso di certo, ma non l’’’autentico’’. Il caldo ci sta devastando: 40 gradi e non è nemmeno ora di pranzo, il van è rovente e non è possibile fare soste per via delle mosche e ovviamente per la temperatura. Stiamo bevendo acqua a più non posso, ma sembra non bastare mai. Organizziamo la giornata tenendo conto del percorso più conveniente per visitare sia Uluru che Kata-Tjuta, un altro massiccio montuoso a 30 km di distanza. Decidiamo di fermarci innanzitutto al villaggio turistico di Yulara, per riprenderci un pochino. Passiamo ore e ore a saltare da un negozio all’altro, dal supermercato al bar, per godere il più possibile dell’aria fresca. A metà pomeriggio ci spostiamo verso Uluru e anche qui, passiamo il tempo all’interno di una mostra-museo di arte aborigena, principalmente con aria condizionata. In realtà è tutto molto interessante: i quadri esposti e i manufatti in legno, sono opere degli aborigeni: ogni cosa ha un significato ben preciso ed è accompagnata dalla scheda anagrafica dell’autore aborigeno. Per molti degli artisti la data di nascita è  ignota e quindi ci si affida a dei "circa 1950" et similia. In altre due sale proiettano dei filmati; sono molto interessanti perchè ti immergono nella realtà degli aborigeni che ancora vivono nell’Outback australiano senza contatti con il resto della popolazione. 
Kata Tjuta
Alle 5 dobbiamo lasciare anche questo posto, così decidiamo di incamminarci verso Kata-tjuta, di cui vedremo il tramonto più tardi. Oggi nel complesso è stata una giornata un po’ scoraggiante; ci siamo resi conto che non siamo in grado di gestire queste condizioni a lungo, e pensare che chi fa viaggi di questo tipo in inverno, ha temperature medie di 20 gradi, ci fa mangiare le mani. Siamo anche consapevoli che il nostro unico periodo a disposizione è questo, ma non è sufficiente per riuscire a gestire la situazione. Anche a kata-tjuta, come anche a Uluru e Yulara, dobbiamo indossare la retina da testa per le mosche, appena prima di scendere dal van. Solo il rumore è fastidioso, in più vedere 40, 50 mosche sul proprio corpo, fa impazzire. 
Uluru al tramonto
Diamo priorità ad Uluru per il tramonto, così lasciamo Kata-Tjuta che il sole ancora è alto e torniamo verso Uluru. Il cambiamento di colori è meraviglioso; la silhouette, le ombre, le gole: 
fa emozionare. Il buio cala velocemente, allora riprendiamo il van e andiamo al villaggio turistico, unico posto dove ci sia un campeggio per stare; il successivo è a 100 km ed è il posto con i bagni più schifosi mai visti (per ora). Solita routine, doccia, cena e sistemazione van. No, questa volta non va così, questa volta dobbiamo affiancare a tutto ciò: cavallette, scarafaggi e falene. Come si può rimanere tranquilli a cucinare quando delle falene volano ad altezza uomo e devi schivarle? Quanto è schifoso pensare di dormire nel van con due cavallette dentro, e quando felice che sei riuscito a mandarle via, entra dentro uno scarafaggio? Siccome non stavamo sudando abbastanza, ci siamo ritrovati a correre da una parte all’altra, sbracciando e scalciando, cercando di uccidere quello schifo di esseri viventi, con ogni arma possibile. Dopo aver isolato il van e tappato ogni spiffero delle zanzariere, riusciamo finalmente a coricarci e morire dal caldo in tutto relax. 

mercoledì 11 febbraio 2015

GIORNI 6-7 - SABBIA ROSSA E DESERTO

GIORNO: 09/02/15 - 10/02/15
STATO: SOUTH AUSTRALIA - NORTHERN TERRITORY 
KM GIORNALIERI: 560+550
PARTITI DA: Port Augusta - Coober Pedy
ARRIVATI A: Mt Ebenezer 


Oggi abbiamo deciso di pubblicare qualche post sul blog; avendoli già pronti da caricare, siamo andati alla McDonald’s a rubare un po’ di wifi. Abbiamo ritardato un po’ la partenza, ma ne è valsa la pena. Il viaggio è ripreso verso le 10; siamo indecisi fin dove arrivare, perchè ora entriamo nel vero e proprio outback, nel deserto, e quindi sarebbe bello starci il meno possibile. Questo però vorrebbe dire fare anche tanti km. Decidiamo di mettere come destinazione Coober Pedy, un posto a 580 km di distanza ma anche il primo vero e proprio paesino che incontreremo, escluso l’autogrill dove abbiamo rifornito a metà strada. Sapevamo che senza aria condizionata sarebbe stato veramente pesante, ma forse avevamo un po’ sottovalutato la cosa. 
Stuart Highway

Lungo tutto il percorso, per ogni singolo km, il sole ha battuto con una temperatura tra i 30 e i 40 gradi, con un’umidità del 20% e un indice UV ‘’estremo 11’’ a detta del meteo di yahoo. Il paesaggio, se ci ha stupiti per i primi 100 km, dopo ha iniziato ad assuefarci: piccoli cespugli formano un fitto tappeto verde-giallo in grandi tratti; ogni tanto questi si fanno sostituire da piccoli alberi qua e la. Tutto rigorosamente steso su un tappeto di rossa sabbia rovente. Il nulla viene sostituito dal nulla assoluto, quando spariscono sia gli alberi che i cespugli e rimane solo il terreno e la sabbia. L’unica variante a questo desolante paesaggio, sono degli enormi laghi salati che ogni tanto affianchiamo e a cui dedichiamo una foto, come suggerito dai cartelli. Ci chiediamo se almeno ci sia qualche forma di vita attorno, ma i cartelli dei canguri praticamente non ci sono, e troviamo raramente quello di mucche e pecore. Di una cosa siamo sicuri: che ci siano le mosche e gli insetti in generale. Il fastidio è estremo, fa impazzire e ci fa correre immediatamente dentro al van, quando facciamo qualche sosta. Di rado c’è anche forma di vita umana: incontriamo si o no una macchina ogni 15 minuti, o per meglio dire, un tir. I Road Train, così si chiamano gli autocarri, sono lunghissimi; hanno generalmente tre rimorchi e la cabina è tipica dei camion australiani. 
Arriviamo alle 19 a Coober Pedy, dopo 560 km e ci dirigiamo verso il campeggio. Ci accoglie Grey, un signore sui 60-70 anni che gestisce lo spazio, dotato di bagni, corrente e acqua potabile. E’ una persona gentilissima, e appena arrivati ci da una mappa del posto spiegandoci dove trovare tutto. Ma al momento la preoccupazione è un’altra: LE MOSCHE. Decine di mosche svolazzano attorno al corpo e si appiccicano e le sposti e tornano; ronzano vicino alle orecchie, si poggiano sul naso, sulla bocca, vicino agli occhi. E’ un fastidio indescrivibile; dobbiamo fuggire dentro al van, che però è bollente. Parcheggiamo il van all’ombra, sperando la situazione cambi, ma le mosche restano, così come i 43 gradi. Non c’è via di fuga, non c’è sollievo. Solo la doccia attenua il malessere per pochi minuti; è un continuo bagnarci e asciugarci nel giro di 5 minuti. Confidiamo nell’arrivo della notte, così i gradi passano da 43 a 30 e le mosche vanno via, così come ha detto Gary. In effetti nel giro di un’ora ci liberiamo del problema mosche. Siamo esausti dal viaggio, siamo affiancati da una motorhome con aria condizionata che ci fa sclerare ancora di più e sale la paura di non riuscire a chiudere occhio la notte. Ci colleghiamo ala corrente e attacchiamo il nostro misero ventilatore, che non fa che smuovere aria bollente; un phon in pratica. 



Ci organizziamo la cena con degli hot-dog, scattiamo qualche foto al bellissimo cielo stellato e tentiamo di dormire. Io scappo dal van dopo poco tempo, mettendo una coperta fuori e dormendo per terra. Non è poi così insopportabile, con l’aiuto dell’acqua nella bacinella accanto a me. Gabry invece preferisce rimanere nel van.

Ci svegliamo alle 6 e 30, sicuramente non da un sonno profondo, quindi in effetti non facciamo tanta fatica. Ennesima doccia, spesa al supermercato e giro al museo dell’Opale. Il paese è il più strano che abbia visto in vita mia: a causa del caldo, moltissimi edifici (case comprese) si trovano sottoterra. Coober Pedy è però famosissimo anche per le sue miniere di opale, un minerale meraviglioso di cui abbiamo visitato il museo appunto. Attorno all’area abitata, non si vedono altro che mucchi enormi di sabbia, segno che è stato scavato quel punto di terreno. Al museo abbiamo visto centinaia di gioielli di opale, uno più bello dell’altro. E’ un minerale brillantissimo e in base a delle stratificazioni e altri fattori, brilla di azzurro, blu, rosso e tutte le loro sfumature. Ci siamo concessi l’acquisto di un pendente di fascia bassa di prezzo ovviamente, giusto per averne il ricordo, essendo che quelli spettacolari si aggiravano attorno ai 2000-3000 $. Prima di uscire nuovamente dal paese, ci siamo assicurati di avere nuovamente il pieno del gas. Il paesaggio è ancora sempre lo stesso, la temperatura sta risalendo verso i 40 a vista d’occhio e sappiamo già, grazie all’esperienza di ieri, quanto dovremo soffrire. I finestrini sono spalancati e il vento entra fortissimo e causa mal di testa; ogni tanto incrociamo un road train e bisogna tenere il volante strettissimo perché si creano delle gallerie di vento impressionanti. Continuiamo ad alternarci alla guidoni 100-150 km e passiamo il tempo ascoltando musica principalmente. 
Prima di arrivare alla prima stazione di servizio, finalmente un diversivo: due aquile enormi stanno mangiando un canguro morto al bordo della strada. Non ci facciamo sfuggire l’occasione di fotografarle. Mai viste delle aquile, ancor meno così meravigliosamente da vicino. Marla è il primo distributore che incontriamo, a 240 km dalla partenza. Riforniamo il gas per 1,26 $ al litro, rispetto ai 0,54 $ di Melbourne. Ci rinfreschiamo nei bagni, in compagnia di inquietanti farfalle, mosche a volontà, insetti, vespe nere e arancioni. 
Per fortuna a Coober Pedy ci siamo comprati la retina per la testa, se no sarebbe una tortura ogni volta che saliamo e scendiamo dalla macchina. Passano altri 100 km abbondanti e oltrepassiamo il confine. 20 km dopo incontriamo “il primo e l’ultimo pub del northern territory” come recita l’insegna, località Kulgera. Abbiamo già guidato per 420km e decidiamo di fermarci un po’ vista l’ora, la temperatura e la fatica. 

Oltre il confine
Attraversiamo le porte d’ingresso e entriamo in un film qualsiasi di “Crocodrile dundee”: i muri in legno sono addobbati con pelli di serpente, teschi di animale, cappelli di pelle di canguro e numerose foto dell’outback. Al bancone due tipi dalla pelle bruciata dal sole sorseggiano una cola con qualche aggiunta superalcolica. Prendiamo due ghiaccioli. Il barista ha un accento atroce e la conversazione si consuma tra i nostri “excuse me” per pregarlo di ripetere e la sua pazienza nel farlo. Proviamo a controllare se almeno all’interno della roadhouse c’è ricezione. Nulla. 

Ci spostiamo nella sala adiacente dove c’è il biliardo e ci facciamo due partite. I muri sono tappezzati di foto sportive stavolta con sconosciuti campioni di dirt track, probabilmente lo sport locale assieme alla bevuta di birra. 
Kulgera Pub

Facciamo gas e ripartiamo. Stavolta il prezzo è di 1,30$. Sempre più su.
Arriviamo all'incrocio con la Lasseter Highway. Per la prima volta dopo circa 1000km troviamo un incrocio con un'altra strada principale. Lasciamo la Stuart Highway e ci dirigiamo quindi verso ovest lungo la strada che porta sino ad Uluru. Dopo circa 50km decidiamo di fermarci a Mt Ebenezer per la notte. Il posto non è malissimo. Il bagno invece è pessimo. Ci accolgono decine di falene grandi un palmo sul muro, la doccia è calda nonostante si apra il rubinetto dell'acqua fredda. La pulizia è nulla. Appena apro l'acqua i moscerini che ronzavano nella doccia si mettono sui muri e alcuni finiscono nelle ragnatele dei ragni che mi ritrovo attorno. Per lo meno non sono grandi, tranne uno, col corpo di circa 1cm e mezzo ma contando anche le zampe di almeno 6-7 cm di diametro. 

Ci chiudiamo nel van per far passere l'ora delle mosche e finiamo di consumare i tortellini. 
Ci corichiamo che l'aria è ancora torrida, ma nel giro di poco tempo la temperatura scende e si dorme bene. 
Domani si va ad Uluru.

GIORNO 5 - UN SALUTO ALL'OCEANO

GIORNO: 08/02/15
STATO: SOUTH AUSTRALIA
KM GIORNALIERI: 320
PARTITI DA: Adelaide
ARRIVATI A: Port Augusta


Solita routine della mattina: colazione, doccia, sistemazione van. Decidiamo di concedere la mattina per passeggiare ad Adelaide. Anche di giorno, abbiamo la conferma di quanto sia a misura d’uomo e piacevole a starci. Giriamo in centro e ci muoviamo verso il fiume, verso lo stadio. 
Adelaide ha tantissime chiese e tanti edifici che definiscono ‘’storici’’. Capiamo che non riescono ad attirare la nostra attenzione né le finte colonne corinzie in marmo, né la Old Parliament House, che scherzando ne abbiamo attributo la costruzione al 1980. Alla vista di mini pedalò parcheggiati sul fiume, decidiamo di noleggiarne uno per 20$ per 30 minuti. Torniamo a terra per girovagare ancora un po’ per la città e ci orientiamo nuovamente verso il van, pensando già a cosa mangiare a pranzo. Abbiamo ancora da consumare chili di sughi pronti, quindi al supermercato ci compriamo i tortellini; una spruzzata di parmigiano e sembra di essere a casa (o quasi). Il viaggio riprende da Port Adelaide in direzione Port Augusta, 300 km più a nord. L’aria è fresca ma c’è davvero tanto vento e tenere i finestrini aperti fa venire un gran mal di testa! 
Lungo la strada abbiamo trovato altre ‘’Big Things’’ come una navetta spaziale, un omino di latta e varie. Arriviamo a Port Augusta verso le 19:00 e finalmente abbiamo tanto tempo a disposizione. Arrivati allo spiazzo, notiamo che ci sono di nuovo i ragazzi di Monserrato! Siamo contenti perchè così chiacchieriamo con qualcuno e ci passiamo il tempo un po’ diversamente. La doccia in questo posto purtroppo è fredda e all’aperto e per di più c’è un vento fresco che rende la doccia un inferno. Ma la cosa più spettacolare è il bagno: una cabina totalmente automatica. L’ingresso ha l’apertura tramite il tocco di un piccolo ‘’bottone’’ metallico. Una volta dentro, una voce guida spiega come utilizzare questo servizio: al porta si aprirà automaticamente dopo 10 minuti. Il lavandino è incastonato alla parete e dall’alto scendono in ordine da sinistra a destra il sapone, l’acqua e l’aria per asciugare. Ma la cosa più entusiasmante secondo me è che per ottenere la carta igienica bisogna premere l’ennesimo pulsante che ne fa uscire un determinato pezzo. Come l’ha definito Gabry, un bagno futurista degli anni ’70. 



La cena oggi è costituita da ‘’hot dog’’ con pseudo würstel e sottiletta. Abbiamo passato il dopo cena a chiacchierare e osservare dei coniglietti che saltellavano poco distanti da noi e i pappagalli rosa che cazzeggiavano sugli alberi. Il vento ci ha reso piacevolissima la nottata, giusto per farci godere gli ultimi momenti di fresco prima dei prossimi 3000 km di caldo infernale.

lunedì 9 febbraio 2015

GIORNO 4 - THE FLEURIEU PENINSULA

GIORNO: 07/02/15
STATO: SOUTH AUSTRALIA
KM GIORNALIERI: 239
PARTITI DA: Currency Creek
ARRIVATI A: Adelaide



The Horse Drawn Tram - Victor Harbor
Partiamo da Currency Creek attorno alle 9 di mattina. La destinazione è Victor Harbor ma prima ci concediamo la colazione con the e biscotti, sfruttando la presa elettrica di un bagno pubblico. A Victor Harbor ci aspetta da vedere una cosa molto caratteristica, ossia un piccolo trenino formato da un cavallo e da un vagone, che porta i turisti da Victor Harbor appunto, alla vicinissima Granite Island

Un ben fornito ufficio informazioni, ci spiega che in pochissimi minuti possiamo percorrere il ponte che lega le due ‘’terre’’ dove passa lo stesso Horse Drawn Tram, e che poi possiamo compiere il giro completo dell’isoletta in 15-20 minuti. Decidiamo di fare tutto a piedi e al massimo di tornare indietro con il ‘’tram’’. L’isola è piccolissima ma troppo carina; il ponte-strada che la collega con Victor Harbor è stretto alcuni metri ed è molto vicino al livello dell’acqua. Una volta sull’isola ci illudiamo un po’ di vedere passeggiare i piccoli pinguini che la abitano, ma non siamo così fortunati. In compenso, attira la nostra attenzione un piccolo animale (ancora siamo indecisi se fosse un serpente o una lucertola gigante), che però si nasconde subito dentro ad un cespuglio. Continuiamo a girare l’isola, circondati da un bellissimo mare, da una ‘’sarda’’ vegetazione e da granito appunto. Alla fine del giro dell’isolotto, ci si concede di immergere i piedi nella riva di una carinissima spiaggia, per rinfrescarsi dopo il sole cocente che ci siamo presi fino a quel momento. Riprendiamo il cammino verso terra, andando incontro al caratteristico tram, che invece sta andando verso Granite Island. Subito mi accerto se sia veramente il cavallo a trainare i turisti; per fortuna mi accorgo che i lacci che in teoria dovrebbero essere tesi a causa del trainare, non lo sono, e che dentro al tram ci sono dei fili elettrici. Qualche foto, qualche video e in testa c’è solamente l’idea di andare a mangiare. Come sempre ci fermiamo in un parco con barbecue gratuiti. Questa volta siamo ancora più fortunati e troviamo una fontana di acqua fresca e filtrata e ne approfittiamo per riempirci le taniche. Abbiamo anche la roba da stendere che abbiamo lavato in una lavanderia a gettoni e arrangiamo una fune nel parco stesso. Il parco è dietro la spiaggia, cosicché ci godiamo la brezza marina e il rumore dell’acqua. E’ forte la tentazione di un bagno, ma ce lo concederemo più avanti quando abbiamo digerito. Siamo di nuovo sul van, per dirigerci verso Cape Jervis; abbiamo infatti deciso di arrivare a Adelaide non dall’interno ma dalla costa. 
Cape Jervis and Kangaroo Island
Da questo capo possiamo vedere benissimo Kangaroo Island, ma solo da lontano, in quanto arrivarci col traghetto ci ruba dai 200 ai 400 dollari, solo per la traversata. La vista è comunque bellissima, l’oceano ha sempre il suo fascino. Poi per arricchire ancora di più la ‘’cartolina’’ c’è un faro vicino al porticciolo. La penisola in cui ci troviamo si chiama Fleureau Peninsula e dista circa 100 km da Adelaide. Il caldo inizia ad essere eccessivo e non vediamo l’ora di andare a tuffarci in acqua. Dobbiamo resistere per una sessantina di km prima di toccare l’acqua. La fatica però viene ripagata quando scendiamo in spiaggia, a Aldinga Beach (nominata spiaggia più bella di Adelaide nel 2013). Il posto è davvero molto bello: sabbia bianca e finissima, acqua piatta e cristallina. Tempo di togliersi la roba e siamo in acqua. Tempo di far arrivare l’acqua alle caviglie che ci accorgiamo di essere a 10 metri da due italiani. In ogni caso, ci concediamo due ore di relax e mi ricordo che non facevo una nuotata da quando ero in Sardegna. Che sensazione! Sono le18:30 ed è ora di ripartire. Anzi, veramente sono le 18, in quanto Adelaide ha un fuso orario di mezz’ora in meno di Melbourne. Abbandonare la spiaggia è una fatica, ma per fortuna Adelaide è vicina e ci aspetta un bel campeggio dove passare la notte. Come in ogni campeggio, dedichiamo la prima ora a riordinare il casino del van, alle docce, alla cena. Mentre stiamo cucinando i nostri hamburger, incontriamo nientepopòdimenoche, Stefano, un ragazzo di Monserrato. La situazione è paradossale ma dopo un po’ ci abituiamo e ci raccontiamo la nostra storia, come sempre. Ma la notte è ancora giovane e vogliamo vedere cosa ha da offrire Adelaide di notte. Andiamo in giro un pochino a caso, guidando in quelle che dalla mappa sembrano le strade principali. Nonostante sia una grande città, non ne ha la parvenza. Pochi palazzi, direi nessun grattacielo, ma molti parchi. E’ sicuramente una città a misura d’uomo. A caso entriamo nella via dei locali, ossia i locali sono tutti concentrati nella stessa strada nel vero senso della parola. Per un chilometro o forse due, un susseguirsi di discoteche e pub con la musica anche all’esterno, night clubs, adult shops, locali per fumare il narghilè, e ancora bar e ristoranti e club. Gente in ogni dove, musiche che si mischiano, gente vestita nei modi più diversi ed eccessivi. Il resto della città, una calma totale ed è pure sabato notte. Tra la folla di quella via, sentiamo un voce familiare che urla: ‘’Sardegna libera!’’. Ci voltiamo e notiamo due persone già incontrate; sono i due ragazzi che abbiamo conosciuto nella Great Ocean Road! Proseguiamo il nostro giretto senza scomodarci dal van e poi, stanchi e assonnati, torniamo in campeggio.

GIORNO 3 - DAL VICTORIA AL SOUTH AUSTRALIA

GIORNO: 06/02/15
STATO: VICTORIA-SOUTH AUSTRALIA 
KM GIORNALIERI: 558 
PARTITI DA: Green lake rest area 
ARRIVATI A: Currency Creek 


La prima destinazione di oggi è Naracoorte, una cittadina appena oltre il confine tra il Victoria e il South Australia. 
A Naracoorte ci siamo presi una tregua dal caldo, andando a visitare delle grotte; più precisamente si tratta delle Wet Caves. Queste fanno parte di un complesso di grotte molto più vasto, che però richiede ovviamente tempo ma anche un tour specifico con accompagnatore e attrezzatura, per addentrarsi verso l’interno più profondo. Le Wet Caves possono essere visitate anche senza guida; in realtà sono delle normalissime grotte che troviamo anche in Italia, ma una visita non costa nulla. Anzi, 15 $. Compreso nel biglietto c’è anche una mostra di fossili, che spiega appunto in che modo queste cavità ne siano piene. Milioni di anni fa, le grotte avevano una forma tale da essere una trappola per tantissimi animali, che cadendo giù, non erano più in grado di uscirne. Si tratta di animali per il 50% estinti, ma comunque varie specie di marsupiali o mammiferi in generale. La tappa successiva è quella del pranzo, a Kingston S.E.. Il posto è davvero carino: un caravan park con bagni, doccia esterna, barbecue, tavoli e la possibilità di stare pure durante la notte, tutto gratis. Kingston is trova sul mare e dista circa 300 km da Adelaide; sarebbe bello farsi un tuffo in acqua, ma meglio proseguire per non finire come i giorni precedenti, guidando dopo il tramonto. Lungo la strada verso Adelaide, incontriamo anche un’aragosta gigante; in tutto il territorio australiano sono sparpagliate le cosiddette ‘’Big Things’’, le ‘’Grandi Cose’’ appunto. 
The giant lobster - Kingston S.E.
Ogni stato presenta delle giganti riproduzioni di oggetti e/o alimenti, così per accentuare ancora di più le americanate e le manie di grandezza… In ogni caso, proseguendo lungo la litoranea, ci siamo fermati in una spiaggia, dopo che un cartello ‘’Granities’’ ha attirato la nostra attenzione. In realtà non erano altro che delle rocce di granito nell’acqua, ma il paesaggio circostante era molto carino e ci ha ricordato tantissimo la Sardegna. Flora identica alla macchia mediterranea, spiaggia lunga con sabbia finissima e acqua cristallina. Come se non bastasse, per non rovinare la media di incontri di italiani, abbiamo incontrato una famiglia di Genova che però risiede da 6 anni a Byron Bay. Chiacchierata veloce, un buon viaggio reciproco e di nuovo su quei benedetti sedili dell’ancora anonimo van. 

Coorong National Park
Abbiamo quindi continuato a percorrere la strada che attraversa il Coorong National Park lungo la costa, lunghissimi rettilinei, traffico quasi nullo, da una parte e dall’altra distese aride di sale e sabbia e sulla sinistra, oltre le dune che lo nascondono, l’oceano. 
Abbiamo quindi deviato verso ovest e, dopo aver attraversato un fiume a bordo di una chiatta tra le canne e i pellicani, e percorso gli ultimi 50km tra le sterminate wineries del South Australia, ci siamo diretti verso il luogo scelto per la notte, una rest area a Currency Creek. Luogo carino, altri due van con due coppie francesi e una station wagon con 5 tedeschi a bordo.

GIORNO 2 - ATTRAVERSO I GRAMPIANS

GIORNO: 05/02/15
STATO: VICTORIA

KM GIORNALIERI: 280
PARTITI DA: KILLARNEY
ARRIVATI A: GREEN LAKE REST AREA


Sveglia presto (ma neanche tanto) e alle 8:40 si riparte dal campeggio. Dobbiamo iniziare a ridurre i tempi delle colazione e di preparazione, per fare in modo di risparmiare una bella manciata di minuti. La meta principale della giornata saranno i Grampians, ma prima abbiamo deciso di dare uno sguardo alle Byaduk Caves. Si tratta di due (o più) grotte di origine vulcanica, formate quindi da alcuni punti di fuoriuscita della lava. A distanza di centinaia di migliaia di anni, ciò che rimangono sono appunto dei grandi buchi ricoperti di vegetazione e massi caduti. E’ strano come, passando nel terreno di fianco le grotte, ci si possa accorgere della cavità sottostante, semplicemente passeggiando o ancor di più battendo il piede sulla terra. Qualche scatto fotografico, 20 minuti di relax nel totale silenzio della campagna e di nuovo si va al posto di guida per proseguire il tragitto. 
The Balconies
La prossima tappa è Halls Gap, siamo già sull’enorme parco dei Grampians, e ci fermiamo qua per il pranzo. Senza fatica troviamo un parco dotato di acqua potabile, bagni, barbecue e tavoli, tutto rigorosamente gratuito, pulito e nuovo. A farci compagnia ci sono tanti tipi di uccelli: i Magpie, i Sulphur-crested coockatoo, i Laughing Kookaburra e le immancabili papere. Dopo pranzo ripartiamo per inoltrarci ancora di più nei Grampians; la prima tappa è al ‘’Boroka lookout’’, un panorama che permette di osservare un enorme pezzo del parco, ovviamente dall’alto. La presenza di troppi alberi neri, ma allo stesso tempo già rinvigoriti, ci ha destato il sospetto di un precedente incendio. Andando poi a controllare su internet abbiamo scoperto che nel 2006 il 47% del Grampians National Park è incendiato; l’area bruciata è enorme, se si considera che il parco ha un totale di 167200 ettari. Proseguendo lungo le strade interne al parco, si possono trovare innumerevoli viste panoramiche; abbiamo scelto di fermarci in due: Balconies e Reed Lookout
McKenzie Falls
Anche qua siamo riusciti a beccare due italiani! Tempo di una chiacchierata, breve racconto delle proprie esperienze e siamo di nuovo sul van, per andare a vedere le MacKenzie Falls sempre comunque all’interno del parco nazionale. Siamo arrivati alle cascate che già è tardi; sono le 17:00 e in teoria non dovremmo viaggiare dopo il tramonto e il campeggio che abbiamo scelto è lontano 2 ore. Decidiamo comunque di non rinunciare alle cascate e col senno di poi, abbiamo fatto bene! Ci sono vari percorsi per vedere le cascate, quelli in alto per vederli nella loro interezza e quelli in basso, per andare proprio nell’acqua. Prima siamo andati nel lookout per osservare dall’alto, con un percorso di 2 km e mezzo tra andata e ritorno. Poi invece siamo scesi giù, per altri 2 km a/r compresi però di circa 270 scalini ripidi e a volte umidicci. Le cascate sono davvero belle, anche se non nel pieno della loro attività. La base è davvero suggestiva e rilassante, con il rumore dell’acqua che sbatte e poi del fiume che scorre. Prima di percorrere il percorso in salita, ci siamo concessi di bagnare almeno i piedi nell’acqua fresca. E’ tardi da far paura. Sono le 7 e mezza e ormai dobbiamo trovare un posto più vicino per dormire. Ci allontaniamo dalle cascate e proseguiamo verso Nord-Ovest in direzione area di sosta e così com’è pieno di cartelli di pericolo canguri, è anche pieno di canguri
Tramonto al Green Lake
Ora gli occhi di entrambi sono concentrati ai lati delle strade per prevenire incidenti con i canguri che se ne stanno ai bordi delle strade. Ne abbiamo visti a decine. 20:30, siamo alla Green Lake rest area. Bagni, acqua non potabile, barbecue gratuiti, tavoli e bidoni per l’immondizia. Vista spettacolare del lago e tramonto mozzafiato. 
Ci assestiamo, ci mangiamo due panini e ci chiudiamo nel van rigorosamente con le zanzariere fissate, data l’enorme presenza di ragni sugli alberi.

GIORNO 1 - LA PARTENZA

GIORNO: 04/02/15
STATO: VICTORIA
KM GIORNALIERI: 432
PARTITI DA: MELBOURNE
ARRIVATI A: KILLARNEY


La prima giornata di viaggio non è iniziata nel modo previsto! Infatti la sveglia è suonata presto non per partire in direzione Great Ocean Road, bensì in direzione meccanico. Ieri sera il van ha deciso di farci gli scherzetto, non accendendosi più. Arrivati dal meccanico però, come capita quando si va dal medico, il problema è sparito, infatti il meccanico. l’ha accesa senza problemi. La tanto attesa diagnosi è arrivata: accendevamo il van nel modo sbagliato, ossia tiravamo l’aria quando non necessario e peggioravamo l’accensione. In ogni caso, dopo la figuraccia all’officina e dopo esserci alleggeriti da un peso gigante, siamo partiti ufficialmente anche se con due ore di ritardo! Per fortuna la Great Ocean Road l’avevamo già vista e quindi ci siamo potuti fermare in meno posti, dando ovviamente priorità a quelli non ancora visti. Prima tappa, un bel panino a Torquay per ricaricarci dopo solo un centinaio di km (ancora dobbiamo abituarci). Il secondo step invece ci ha portati di nuovo dal koala e dai pappagalli, non me ne sazierò mai!
Dopo aver cazzeggiato con loro e fotografato un (ancora una volta) koala assonnato , siamo partiti alla volta dell’ Otway national park.
Otway National Park
Essendo un parco enorme, ci siamo accontentati di vederne solo una minuscola parte, anche perchè girarlo tutto significherebbe concedergli 5 o 6 giorni e avere una preparazione fisica notevole. Così abbiamo fatto una sola passeggiata tracciata, di un km. Come assaggio di quello che sicuramente offre il parco, è stato sufficiente: aria fresca e pulita, suoni naturali dell’acqua e degli uccelli, pochissima gente. Quello che ci ha colpito di più però è stata l’altezza maestosa degli alberi: tronchi di un paio di metri di diametro e alti tanto da fare fatica a vedere la chioma. Alberi con i tronchi talmente grandi da poterci entrare all’interno e starci in piedi… Il tempo di scorgere fin troppe ragnatele e di fare qualche foto, che già però ne siamo fuori. E tempo mezz’ora siamo anche fuori dal parco, perchè ci aspettano troppi km da fare prima del tramonto per arrivare all’alloggio per la notte. Quando a dicembre siamo andati sulla Great Ocean Road, ci siamo fatti sfuggire la visita al faro di Cape Otway e allora questa volta abbiamo deciso di andarci; in realtà il tragitto ha ribaltato la situazione, insieme anche alla scoperta che il faro richiedeva un biglietto di 10$ a testa e sarebbe chiuso 20 minuti dopo il nostro arrivo. 

Così è successo che: il faro non l’abbiamo visto per i motivi detti, ma in compenso siamo stati ripagati con la vista di parecchi koala selvatici, lungo il tragitto appunto verso il faro. Quelli che più ci rimarranno impressi saranno mamma koala con il cucciolo (finalmente svegli) che mangiucchiano foglie di eucalipto e si arrampicano giocando lungo i rami, con due occhi dolci e passivi allo stesso tempo, noncuranti dei visitatori che li fotografano e ne ammirano le doti di equilibrio. Ma per sfidarne le doti di mimetizzazione, ci siamo spostati negli alberi vicini, facendo a gara a chi riuscisse a trovarne altri, nei rami più disparati. In ogni caso, vedere così tanti koala ma sopratutto vedere quanto se ne trovino anche vicino alle strade, ci ha incoraggiati a fare attenzione durante la guida per eventuali attraversamenti e quindi dare più ascolto ai cartelli (che non sono li solo per essere fotografati). Sta di fatto che è ancora il turno di Gabry (100 km a testa) e siamo nuovamente in viaggio. Abbiamo deciso di dare solo un’occhiata veloce ai 12 Apostoli, già visti a dicembre, e di concedere invece una visita a due diverse rocce sul mare:’’The Arch’’ e ‘’London Bridge’’. 
London Bridge
La bassa temperatura di ieri e il poco tempo a disposizione prima del tramonto però ci hanno costretti a fare una veloce visita, giusto per qualche foto. ‘’The Arch’’ è un arco appunto, scavato dall’erosione dell’acqua su una roccia-isolotto davanti alla spiaggia; ‘’London Bridge’’ era invece un tempo un’insenatura rocciosa che presentava due archi, uno dei quali è però crollato, lasciando l’altro a formare una roccia simile a quella del ‘’The Arch’’. Sono le 7 di sera e in perfetto ritardo ci dirigiamo verso un campeggio dopo Warrnabool, precisamente a Killarney. Come sappiamo, non è il caso di viaggiare quando sta facendo buio, e a confermarcelo sono state le campagne al lato della strada, colme di mandrie di mucche, greggi di pecore e decine e decine di canguri. Alle 8:30 siamo in campeggio: una bella doccia calda, un piatto di pasta al sugo, il tempo di fare il letto che già siamo sotto le coperte. Sistemare le foto e scrivere il blog diventeranno la routine di ogni sera.


giovedì 29 gennaio 2015

KOALA - Great Ocean Road

Canon 600D + Sigma 17-50@50mm, 1/400 sec, f/2.8, ISO100


Comportamento

Il koala passa quasi tutta la vita sugli alberi di eucalipto. Verso sera, inizia il proprio pasto composto di foglioline e gemme di eucalipto, consumandone abitualmente circa mezzo kg al giorno. Trascorre il resto del tempo sonnecchiando, incuneato saldamente nella biforcazione di un ramo. Occasionalmente scende a terra per cambiare albero o per favorire la digestione inghiottendo terra, corteccia e sassolini. Il koala rimane immobile per 18-19 ore al giorno, gran parte delle quali passate dormendo. Essi devono il loro caratteristico profumo balsamico agli eucalipti . Gli oli essenziali che si trovano su tali alberi ne impregnano il morbido pelo, fungendo da protezione contro i parassiti.


Curiosità

Nonostante l'aspetto piacevole e il comportamento docile, il koala non è un animale da compagnia. È impossibile da addomesticare, e non ha confidenza con l'uomo. Inoltre, in Australia trattenere un koala come animale domestico è illegale.
Il koala è uno dei pochissimi mammiferi, al di là dei primati, che sia dotato di impronte digitali. Le impronte digitali del koala sono sorprendentemente simili a quelle umane, e la struttura delle creste sull'epidermide delle mani del koala, anche al microscopio elettronico, risulta sostanzialmente indistinguibile da quella dei primati.

mercoledì 28 gennaio 2015

COME ORGANIZZARE UN VIAGGIO (PARTE 2)-IL TRAGITTO

Quando si ha in mente di fare un grande viaggio, ci si perde tra mille decisioni. Il problema diventa ancora più grande quando si cerca di girare una terra così grande come l'Australia. I soliti problemi di tempo ma sopratutto di budget, non fanno che obbligarci a delle scelte e a scartare tante ipotesi.  La prima cosa che bisogna pensare infatti è: Quanto tempo ho a disposizione? Quanti soldi?
Da subito a malincuore abbiamo rinunciato a fare il vero e proprio giro del Paese. Girare interamente l'Australia, credo richiederebbe almeno 3 o 4 mesi per una visita superficiale; a volte non ci si rende conto, ma il territorio australiano è circa 26 volte quello italiano!
Partendo dall'idea di avere solo un mese a disposizione, ci siamo orientati sul visitare solamente la metà a destra dello Stato, ossia fare un giro in senso orario (o antiorario), passando comunque per tutta la costa orientale e quindi all'interno tagliando l'Australia in due metà quasi uguali. Inizialmente il percorso che avevamo in mente, prevedeva il giro in senso antiorario: da Melbourne a Sydney, quindi verso Nord passando lungo la costa, fino ad arrivare a Cairns; dopodiché, dirigerci nuovamente verso ovest, verso il Northern Territory e poi di nuovo verso Sud, attraversando il deserto, tagliando in due l'Australia e arrivando nuovamente a Melbourne 30 giorni dopo. Tempo un mese, le idee sono totalmente cambiate. Il viaggio come effettivamente verrà fatto, si può dire sia totalmente l'opposto! Innanzitutto abbiamo rivalutato i tempi; avendo infatti molto più tempo a disposizione a causa di enormi decisioni che abbiamo preso (di cui si parlerà prossimamente), i giorni a disposizione sono passati da 30 a 45. Questo ci ha permesso di aggiungere al nostro percorso una tratta che precedentemente avevamo dovuto escludere con rammarico: Darwin. Nel giro degli ultimi mesi abbiamo poi deciso di fare il viaggio non più in senso anti orario ma bensì in senso orario. La scelta è stata tutt'altro che casuale: in questo modo attraverseremo il deserto nella prima parte di viaggio e sarà vantaggioso perchè potremmo percorrere questo pezzo più velocemente (meno attrazioni in programma) e concedere più tempo alla costa orientale, che di per sé avrebbe bisogno di due mesi di viaggio. La parte del deserto sarà anche quella meno confortevole dal punto di vista dell'alloggio per la notte, della frequenza delle stazioni di servizio e dei prezzi del carburante, del clima. Diciamo che il viaggio in questo modo va in un certo senso ''in discesa'' dal punto di vista delle difficoltà e dei disagi. Ufficialmente il percorso sarà: MELBOURNE - ADELAIDE - ALICE SPRINGS - DARWIN - CAIRNS - BRISBANE - SYDNEY - CANBERRA - MELBOURNE
Ovviamente non è possibile calcolare ogni spostamento, ma sicuramente avere una traccia generale, aiuta a star dentro con i tempi e a non ''perdersi'' tra le cose da vedere. Un calcolo approssimativo dei km che faremo, considerando ovviamente spostamenti imprevisti, strade sbagliate o cambi di programma, prevede circa 15000 km. In ordine, attraverseremo: il Victoria, il South Australia, il Northern Territory, il Queensland, il New South Wales e l'Australian Capital Territory. Il viaggio escluderà totalmente il Western Australia, che da solo occupa un terzo del continente australiano. E' vero che ci perderemo Perth e tutta la costa occidentale, consapevoli siano magnifici, ma proprio è impossibile includerli!
Per farci cogliere il meno possibile dagli imprevisti (da alcuni saremmo considerati eccessivi, da altri semplicemente prudenti), ci siamo letti svariati forum su consigli di viaggio in Australia. Tutti sono accomunati dai seguenti avvertimenti:
-viaggiare solamente alla luce del sole, per evitare di avere incidenti con gli animali selvatici;
-avere sempre scorte di carburante perchè si rischia di non incontrare una stazione di servizio anche per 200-300 km;
-non inoltrarsi in strade laterali, poco conosciute o poco trafficate;
-avvertire sempre qualcuno dei propri spostamenti in modo da essere facilmente rintracciabili per ogni evenienza;
-fare attenzione agli animali, sia di terra che di mare!;
-avere sempre scorte di cibo e sopratutto di acqua;
Aggiungo anche che, nel caso di viaggi lunghi come questo, qualsiasi sia il territorio, bisogna riposarsi periodicamente e quindi evitare di guidare per troppe ore di fila. Abbiamo risolto questo problema, decidendo di alternarci alla guida e in aggiunta dividendo i km totali in maniera tale che siano in media 300 per giorno. Ovviamente trattandosi di una media, ci saranno giorni in cui ne faremo 0 (per esempio quando soggiorneremo nelle città e gireremo con i mezzi pubblici) e giorni in cui ne faremo anche 700 (attraversando il deserto). In generale però, percorrendo i km giornalieri per metà la mattina e per metà la sera e alternandoci alla guida, non dovremo risentire tanto della pesantezza del viaggio. In ogni caso, scelto il tragitto, scelto l'orientamento, scelta la data di partenza e quella di ritorno, ci è rimasto solamente da decidere cosa andare a vedere in 5 milioni di km2. Certo, il nostro percorso nel calpesterà molti di meno, si faceva solo per esagerare, ma rimane pur sempre vero che non potremo vedere tutto (non in un mese e mezzo) e che dovremo fare delle scelte per quanto riguarda le attrazioni. Ed è vero anche che questo non si può decidere già da ora ma che si vedrà man mano nel viaggio. Per ora però, diciamo che abbiamo stilato una top 5 di posti a cui non vogliamo rinunciare e che ahimè ci porteranno via gran parte del budget! Quello che sappiamo di sicuro è che andremo a vedere Uluru, il famoso massiccio roccioso dell'outback australiano; sarà sicuramente tappa del viaggio il parco nazionale di Kakadu a Darwin; faremo di certo un'immersione nella grande barriera corallina in Queensland, un tour nella foresta pluviale a Cairns e un giro al largo della Gold Coast. Tutto il resto, si vedrà pian piano. Anche perchè ho come la sensazione che avremo il tempo per sfogliare guide e brochure (indispensabili). A questo proposito, bisogna fare un accenno al materiale consigliato per il viaggio. A mio parere, in cima alla classifica c'è l'applicazione per smartphone ''Wikicamps'', che ci salverà la vita. E' un'applicazione in continuo aggiornamento dalle persone che la usano, che indica tutti i posti possibili in cui fare sosta, dormire o solamente utilizzare i servizi, i quali si possono filtrare in tutta la cartina del territorio. Per esempio, se voglio visualizzare solamente le docce, con il filtro doccia l'applicazione mostrerà tutte le docce presenti in Australia; oppure posso selezionare i campeggi gratuiti, o quelli che hanno anche la corrente, o ancora i bagni o i distributori di benzina. Tutto insomma.
Questa app, integrata con i libri, ci permetterà di non lasciare niente al caso e di riuscire a scegliere sempre i posteggi gratuiti o comunque molto economici, ma sopratutto di scoprire in anticipo dove troveremo dell'acqua potabile o un posto per darci una rinfrescata o ogni servizio di cui abbiamo necessità. Il quaderno che si vede nella foto invece, contiene tutti gli appunti del viaggio, come per esempio le tappe giornaliere e le attrazioni di ogni stato in cui passeremo. Servirà anche ad appuntarci le spese e perchè no, i km percorsi e altre curiosità che poi scriveremo nel blog. Poi c'è Camp 7, un bellissimo libro gentilmente prestato dal nostro coinquilino Joel, che contiene tutti i campeggi che vanno dai 0 ai 24 dollari a notte descritti dettagliatamente; in più le cartine stradali dettagliate di tutti gli stati australiani. Ancora una volta, la carta batte la tecnologia ;).
Adesso che il viaggio è organizzato il più possibile, non ci resta che sistemare le ultime cose nel van, fare gli ultimi acquisti e finire di svuotare la stanza. Ancora sei lunghissimi giorni e si parte! Domani è programmato il controllo del van, per assicurarci di non partire senza olio o ancor peggio senza freni... I giorni seguenti saranno invece una cena dopo l'altra per salutare un po' di gente... e martedì, la vigilia, a letto presto perchè è  facile fare i km con il pennarello sulla cartina, ma mercoledì dovremmo iniziare a farli per davvero!!